Questo sito non è più aggiornato: è online in nuovo portale web www.unipd.it Vai al nuovo portale web
drone sulle Dolomiti
Comunicazioni

Marmolada, georadar e droni tornano sul ghiacciaio: ora sotto osservazione Punta Penia

English version

09.04.2026

Tre anni dopo la tragedia della Marmolada, georadar e droni tornano a indagare il ghiacciaio. La nuova campagna scientifica si concentra su Punta Penia, con l'intento di verificare se questo settore residuale presenti condizioni di potenziale instabilità. Lo stesso approccio sarà poi esteso all'Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane.

Le indagini sono state condotte dal Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico per lo studio della Marmolada, che riunisce Università di Parma, Università di Padova e ricercatori di OGS. I rilievi sul campo sono stati completati nei giorni scorsi; ora inizierà l'elaborazione dei dati raccolti con georadar multibanda, utilizzato sia da drone sia da terra, per ricostruire la struttura interna del ghiacciaio e valutare possibili scenari di rischio, anche in vista di future ondate di calore.

La nuova ricerca
La nuova fase di studio nasce dall'esperienza maturata dopo il crollo del 3 luglio 2022, il più grave evento glaciale della storia alpina recente, costato la vita a undici persone. Nei tre anni successivi, il gruppo ha pubblicato due studi scientifici che hanno ricostruito le cause del collasso, individuando nel ruolo dell'acqua in pressione e nella perdita di equilibrio della massa glaciale i fattori decisivi. Oggi quelle stesse metodologie vengono applicate ai settori residui del ghiacciaio.

Perchè Punta Penia
Punta Penia è stata scelta perché alcune sue caratteristiche morfologiche osservabili in superficie — forma, quota, pendenza e dimensioni — richiedono un approfondimento.
Ma i ricercatori invitano alla prudenza: la presenza di condizioni predisponenti non equivale automaticamente a una situazione di pericolo.
«Non è un allarme: è un'indagine. La scienza non può pronunciarsi prima di avere i dati, e noi stiamo raccogliendo quei dati», afferma Aldino Bondesan dell'Università di Padova.
L'obiettivo del georadar è "guardare dentro" il ghiacciaio: misurare lo spessore del ghiaccio, definire la geometria del substrato roccioso e individuare l'eventuale presenza di acqua o zone sature, considerate tra i principali indicatori di instabilità.«Abbiamo avviato queste indagini perché le caratteristiche morfologiche osservabili in superficie ci dicono che è necessario guardare dentro», spiega Stefano Picotti di OGS. «Non sappiamo ancora cosa troveremo: è esattamente questo l'obiettivo del lavoro».

La ricerca in un contesto più ampio
Il cambiamento climatico sta aumentando in quota i rischi legati a crolli glaciali, rottura di laghi glaciali e frane da degradazione del permafrost. Fenomeni diversi, ma legati dalla stessa causa: il rapido riscaldamento della montagna alpina. «La montagna alpina sta cambiando più velocemente di quanto i sistemi di sorveglianza attuali siano in grado di seguire», osserva Roberto Francese, Università di Parma – OGS. «Le metodologie che stiamo sviluppando — dalla Marmolada all'Adamello — puntano a colmare questo divario».

Conclusa la campagna sul campo, il lavoro proseguirà ora con l'analisi dei dati e la modellazione numerica. I risultati saranno pubblicati scientificamente e comunicati alle autorità competenti per la gestione del rischio in montagna.